Fuori dall’Anomalia

Ripresi conoscenza. Come prima cosa vidi un pallino luminoso che volteggiava su di me, poi mi resi conto che doveva essere il riverbero della luce che picchiava su una superficie metallica. Respiravo una densa nebbiolina che mi faceva venir voglia di starnutire, ma sentivo la testa meno pesante, meno affollata, più tranquilla. Cercai di sollevarmi per mettermi a sedere e sentii sotto di me il morbido abbraccio di un materasso o qualcosa di simile.

Poi la voce del Dottore.

“Nyssa, finalmente! Cominciavo a preoccuparmi” mentre mi massaggiavo la nuca e cercavo di stirare le labbra in un sorriso mi accorsi di tre cose:

1.La luce era tornata

2. Non c’erano sobbalzi di alcun tipo

3.Non eravamo più nel TARDIS.

 

Non so come mai notai la cosa più importante per ultima, ma era ovviamente così. Non eravamo più nel TARDIS ma in una specie di stanzetta dalle pareti foderate di una pesante tappezzeria.

“Dove siamo?” miagolai, “che posto è questo?” belai, “come ci siamo finiti?” pigolai.

Il Dottore venne a sedersi accanto a me e cominciò a giochicchiare con il cappello che teneva arrotolato tra le mani.

“L’anomalia era una trappola” disse.

Fino a lì c’ero arrivata anch’io.

“Il TARDIS è stato risucchiato da una forza geomagnetica prodotta da un condensatore molecolare di nono grado” Aprii la bocca per ribattere ma la chiusi subito dopo, il Dottore stava continuando a ricapitolare: “non so come il Maestro ne sia venuto in possesso. Credevo fosse tecnologia proibita, io…”

“Il Maestro? Dov’è?”

“Ha preso il TARDIS. Temo se ne sia andato. Temo che se ne sia andato via con il mio TARDIS”

Solo adesso riuscivo a sentire la tristezza profonda che lo soffocava.

“E noi?”

Il Dottore alzò le spalle e mi guardò pensando ad altro.

“Non ne ho idea. Ha chiamato questo posto ‘l’acquario’. Ha detto: ‘per ora vi metto nell’acquario. Ho voglia di divertirmi un po””.

E quando mai è stato altrimenti?

 

 

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L’anomalia dell’anomalia

Racconto tutto questo perché molto probabilmente non credo che usciremo dalla vacuità degli eventi. Non che non abbia fiducia nelle capacità del Dottore, anzi lui è l’unica speranza che mi è rimasta. Perché qui è tutto buio. Vorticoso e buio. Non si riesce a capire dove siamo finiti. Ma forse è meglio che ricomincio da dove ero rimasta, non è colpa mia, le idee qua si fanno confuse, si mescolano tra loro e le parole scivolano scivolano scivolano come burro su piattini lucidi. Se voglio aggiungere qualcosa al filo delle idee non so più di cosa sto parlando. E’ confusione mentale, è un’anomalia dentro l’anomalia.

Quando il TARDIS vi è scivolato dentro abbiamo cercato di fermarlo, logico, di arrestarci un attimo prima, di tornare indietro, di… ma non c’è stato niente da fare. Il TARDIS è rimasto senza energia per un lasso di tempo che non riesco a quantificare, ho persino pensato che ci saremmo atomizzati se la struttura del TARDIS non avesse retto la tensione. Ricordo che un pannello nella parete si stava gonfiando, lasciando sgocciolare fuori qualcosa di cremisi e cremoso. Intendo dire che la sostanza era cremosa e la tonalità di colore cremisi. Cremisi sembra un verbo, ma non lo è. Comincio di nuovo a perdere il filo del discorso, la pressione mentale è troppo forte per me da sopportare, non sono un Signore del Tempo, la mia struttura psichica non è così robusta.

Quando mi avvicinai al pannello e lo toccai lo sentii morbido, mentre sulle mie mani il rosso cupo della sostanza si illuminava d’arancione nei riflessi della luce spenta del TARDIS. E’ un ossimoro, vero? La luce spenta.

“Cosa stai facendo?”

La voce del Dottore mi aveva colto di solletico, cioè di soprassalto, di sorpresa.

“Niente, ho solo visto che il pannello…” feci l’imitazione di un palloncino che si gonfia. So che è una cosa ridicola, ma non trovavo le parole.

Il Dottore si era avvicinato e stava esaminando la fuoriuscita. Risi guardandolo mettersi gli occhiali. Chissà poi perché, non l’avevo mai trovata una cosa buffa.

“Credo che si stia formando un passaggio” la voce del Dottore raggiungeva attutita le mie orecchie, avevo voglia di toccargli i capelli.

“Pensi sia un’idea del Maestro?” domandai cercando di riacquistare lucidità. Era come ubriacarsi di Sydor Trakeniano.

“Non lo so” il Dottore mi squadrò dalla testa ai piedi e credo che notò la violenza con la quale stavo barcollando. Mi posò le mani sulle spalle e delicatamente mi appoggiò alla parete.

“Cerca di stare ferma e non toccare niente, se si aprirà un varco riusciremo ad uscire da qui”

“Ma le porte?”

“No, le porte del TARDIS non si aprono”

“Bene”

Il Dottore si grattò una guancia

“Cioè, male” ripresi. Sentivo lo stomaco in subbuglio, come se dovessi stare male da un momento all’altro. “Energia ce ne è?” che mal di stomaco.

“No”

“Il vomitor funziona?”

“Il cosa?”

“Monitor”

“No”

Non mi ero mai sentita male così, come se la mia testa stesse comprimendosi in se stessa in una reclusiva dei dittonghi. Poi sentii solo il Dottore pronunciare delle parole che per me non avevano senso, sentii le sue mani afferrarmi per le braccia e mi ritrovai per terra. Svenni mentre una parte della parete si smaterializzava.

Io perdevo conoscenza, la parete la sua consistenza.


Dentro l’anomalia

“Ma come è possibile?” non riuscivo a capire come qualcuno o qualcosa potesse precipitare dentro quell’enorme buco nero ed essere ancora in grado di mandare una richiesta di soccorso.

Il Dottore allargò le braccia in quello che poteva sembrare un gesto di resa, “non ne ho idea, Nyssa” disse, “per questo dobbiamo andare a vedere”

Mi si gelò il sangue, “intendi che dobbiamo….andare lì dentro?”

Quell’enorme cratere stellare sembrava un pozzo senza fondo, come quello della mitologia di Sakesh, il pozzo in cui non si finisce mai di precipitare.

“E se verremo stritolati? Potrebbe essere di una densità calcolabile solo in…”

“Cominciamo ad avvicinarci” m’interruppe il Dottore mentre a testa china lavorava sulla console, “se riusciamo a portare il TARDIS abbastanza vicino da poter dare una sbirciatina…”

Strinsi le labbra in una smorfia rassegnata, da quando ero salita per la prima volta in quella cabina avevo imparato che discutere serve a poco, solo a farsi venire un gran mal di testa.

“Va bene” acconsentii, “speriamo solo di non finire stritolati”

“Sii ottimista”

Guardai il suo sorriso aperto e annuii.

Il TARDIS riprese a saltellare come una ballerina indisposta, mi aggrappai alla console. Ci avvicinavamo sempre più, sempre più pericolosamente attratti dalla forza gravitazionale di quella voragine misteriosa e minacciosa.

Poi il TARDIS si fermò. In bilico, ruotando su se stesso, sull’orlo del cratere. Ci concentrammo per cercare di captare il messaggio di aiuto. Era una voce. Una voce calma, cristallina e profonda. Una voce conosciuta. La voce di mio padre.

“Sei così prevedibile, Dottore” stava dicendo il Maestro, “così curioso e così prevedibile”.

“indietro, dobbiamo tornare indietro!” quasi gridò il Dottore, “è una trappola!”

Ma, inesorabile, il TARDIS scivolò dentro l’anomalia.

 


L’Anomalia

Sì, l’anomalia c’era davvero!

Quando sono corsa a chiamare il Dottore, che stava elegantemente drappeggiato su una poltrona in biblioteca a leggere il suo libro preferito sul Cricket dal 1923 al 1945, il TARDIS stava cominciando a scuotersi un po’. E quando dico scuotersi intendo agitarsi come lo shaker di un barman impazzito.

“Dottore, il TARDIS ha rilevato qualcosa” ho gridato per sovrastare l’ululato dell’allarme.

“mm?” il Dottore ha sollevato la testa dal libro, gli occhi ancora persi nelle parole appena lette.

Non ho aggiunto niente, mi sono limitata a tornare verso la console room, appoggiandomi alle pareti per evitare di cadere. Quando mi sono voltata, il Dottore mi aveva seguito.

“Non è il posto giusto per un’anomalia temporale” ha commentato tirando una leva.

“Perché, esiste un posto giusto per un’anomalia?”

Mi ha guardato di sottecchi, “senza le anomalie non esisterebbe l’universo”

“Ah”

E poi sul visore del TARDIS è apparsa l’immagine. Questa immagine.

Il buco nero era vicino, troppo vicino. Ci risucchiava lentamente, facendoci sobbalzare. Per un attimo siamo rimasti in un silenzio attonito. Il Dottore ha reagito in fretta, come suo solito, pigiando comandi sulla console del TARDIS per “stabilizzare gli smorzatori inerziali” mentre io pensavo solo a tenermi aggrappata per non finire contro la parete bianca e luminosa.

“Siamo troppo vicini, troppo vicini!” continuava a ripetere il Dottore in una specie di mantra personale, “perché il TARDIS ci ha portati qui?”. All’improvviso mi ha fatto cenno di tacere. Anche se, per la verità, non stavo parlando.

“C’è qualcosa” ha mormorato mentre finalmente il TARDIS smetteva di saltellare come un ballerino di flamenco.

“Cosa, Dottore?”

“Oltre al silenzio, non senti niente Nyssa?”

Piegai la testa di lato, cercando di ascoltare. Solo la sirena del TARDIS continuava a rimbombarmi nelle orecchie.

“Cosa dovrei sentire? Non c’è affatto silenzio, il TARDIS sta…”

“Scusa” premette un pulsante e la sirena si spense con un ultimo gemito, “adesso prova ad ascoltare”

Ci riprovai chiudendo gli occhi mentre l’immagine del buco nero che si avvicinava rimaneva stampata dietro la mia retina. E sentii qualcosa. Come un brillio sonoro, come un’orchestra che accorda gli strumenti prima di un concerto.

“Sì” spalancai gli occhi e il Dottore sorrise, “sento qualcosa, ma che cos’è?”

“Una richiesta d’aiuto” guardammo tutti e due verso l’anomalia, la sua voce si fece greve, “qualcuno è finito là dentro e sta chiedendo il nostro aiuto”


Benvenuti

Non so se è una buona idea scrivere di me, a volte penso che non ci sia molto da dire in confronto alle vite straordinarie delle persone che mi circondano.

Se riuscirò a trovare il tempo per continuare questo mio diario sarò ben lieta di raccontare tutte le cose incredibili alle quali ho assistito, i fatti straordinari ai quali ho partecipato, le creature dalle quali sono riuscita a scappare grazie all’abilità del mio amico, il Dottore.

Comincerò con il raccontarvi chi sono e da dove vengo.

Mi chiamo Nyssa e sono cresciuta su Traken, un pianeta al centro del sistema Metulla Orionsis dove da sempre regnava la pace e l’armonia. Mio padre era uno degli anziani del Consiglio; una carica prestigiosa e di grande rilievo che lui esercitava con bontà e severa amabilità. Mio padre, Tremas, si era da poco risposato con Kassia, una donna che aveva un incarico importantissimo per la nostra filosofia e religione: doveva badare alle cure di Melkur, una creatura divina dai poteri tremendi che era arrivata sul nostro pianeti molti anni prima e si era calcificata prendendo l’aspetto di un’enorme statua antropomorfa. Adesso sto riportando i fatti con calma e lucidità, ma tremo ancora dalla rabbia a ripensare a quel gigantesco ammasso di pietra dalla forma umana. Purtroppo, a dispetto di quanto credeva mio padre, Kassia non…

…Scusate, qualcosa sul TARDIS sta facendo un bel frastuono. Oh! Ci deve essere un calo di potenza.

E’ meglio che vada a chiamare il Dottore, credo che ci stiamo dirigendo verso un’anomalia….