L’anomalia dell’anomalia

Racconto tutto questo perché molto probabilmente non credo che usciremo dalla vacuità degli eventi. Non che non abbia fiducia nelle capacità del Dottore, anzi lui è l’unica speranza che mi è rimasta. Perché qui è tutto buio. Vorticoso e buio. Non si riesce a capire dove siamo finiti. Ma forse è meglio che ricomincio da dove ero rimasta, non è colpa mia, le idee qua si fanno confuse, si mescolano tra loro e le parole scivolano scivolano scivolano come burro su piattini lucidi. Se voglio aggiungere qualcosa al filo delle idee non so più di cosa sto parlando. E’ confusione mentale, è un’anomalia dentro l’anomalia.

Quando il TARDIS vi è scivolato dentro abbiamo cercato di fermarlo, logico, di arrestarci un attimo prima, di tornare indietro, di… ma non c’è stato niente da fare. Il TARDIS è rimasto senza energia per un lasso di tempo che non riesco a quantificare, ho persino pensato che ci saremmo atomizzati se la struttura del TARDIS non avesse retto la tensione. Ricordo che un pannello nella parete si stava gonfiando, lasciando sgocciolare fuori qualcosa di cremisi e cremoso. Intendo dire che la sostanza era cremosa e la tonalità di colore cremisi. Cremisi sembra un verbo, ma non lo è. Comincio di nuovo a perdere il filo del discorso, la pressione mentale è troppo forte per me da sopportare, non sono un Signore del Tempo, la mia struttura psichica non è così robusta.

Quando mi avvicinai al pannello e lo toccai lo sentii morbido, mentre sulle mie mani il rosso cupo della sostanza si illuminava d’arancione nei riflessi della luce spenta del TARDIS. E’ un ossimoro, vero? La luce spenta.

“Cosa stai facendo?”

La voce del Dottore mi aveva colto di solletico, cioè di soprassalto, di sorpresa.

“Niente, ho solo visto che il pannello…” feci l’imitazione di un palloncino che si gonfia. So che è una cosa ridicola, ma non trovavo le parole.

Il Dottore si era avvicinato e stava esaminando la fuoriuscita. Risi guardandolo mettersi gli occhiali. Chissà poi perché, non l’avevo mai trovata una cosa buffa.

“Credo che si stia formando un passaggio” la voce del Dottore raggiungeva attutita le mie orecchie, avevo voglia di toccargli i capelli.

“Pensi sia un’idea del Maestro?” domandai cercando di riacquistare lucidità. Era come ubriacarsi di Sydor Trakeniano.

“Non lo so” il Dottore mi squadrò dalla testa ai piedi e credo che notò la violenza con la quale stavo barcollando. Mi posò le mani sulle spalle e delicatamente mi appoggiò alla parete.

“Cerca di stare ferma e non toccare niente, se si aprirà un varco riusciremo ad uscire da qui”

“Ma le porte?”

“No, le porte del TARDIS non si aprono”

“Bene”

Il Dottore si grattò una guancia

“Cioè, male” ripresi. Sentivo lo stomaco in subbuglio, come se dovessi stare male da un momento all’altro. “Energia ce ne è?” che mal di stomaco.

“No”

“Il vomitor funziona?”

“Il cosa?”

“Monitor”

“No”

Non mi ero mai sentita male così, come se la mia testa stesse comprimendosi in se stessa in una reclusiva dei dittonghi. Poi sentii solo il Dottore pronunciare delle parole che per me non avevano senso, sentii le sue mani afferrarmi per le braccia e mi ritrovai per terra. Svenni mentre una parte della parete si smaterializzava.

Io perdevo conoscenza, la parete la sua consistenza.

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